moleta

Monumento al Moleta – Pinzolo

La “Val da la trisa” o la Valle dei Moleti

La “Val da la trisa”, così è chiamata in dialetto la Val Rendena. La “trisa” è l’utensile di legno che da secoli accompagna la preparazione della polenta (praticamente l’unico cibo che ha sfamato per secoli gli abitanti della valle) dando, poco a poco, con il suo rimestare, consistenza alla farina dorata che ribolle nel paiolo.
Ricca di acque, di pascoli, di boschi e di animali, misteriosa e selvaggia, piena di fascino arcano ed insieme aperta, ridente, luminosa si presenta la Val Rendena, cerniera tra Lombardia e Trentino, ai margini di entrambe le regioni ed insieme partecipe di tutte e due le culture, in uno splendido isolamento che l’ha preservata dai mali della “società del benessere” per conservarla intatta nei suoi valori naturali primitivi, tipici di una zona alpestre ancora integra e di un ambiente umano originale per costumi, tradizioni e linguaggio, caldo e spontaneo nel suo manifestarsi.

Pinzolo Veduta di Pinzolo a fine Ottocento

La presenza umana nella valle fonda le sue radici nell’età del bronzo e sicuramente sono identificabili castellieri comunitari preistorici in quel di Verdesina, Pelugo, Massimeno e Giustino. Abitata da popolazioni retiche e celtiche, fu in seguito romanizzata.
La tradizione vuole che l’autoctona popolazione pagana abbia ucciso nel V secolo il vescovo di Trento Vigilio, spintosi quassù a redimerla alla fede cristiana, e che tre secoli più tardi sia transitato per la valle Carlo Magno coi suoi paladini, che a Carisolo e a Pelugo avrebbe abbattuto i castelli, costruendo al loro posto delle chiese. Ma al di là delle tradizioni più o meno provate, una caratteristica accompagna la storia di queste genti, un orgoglio ed uno spirito di autonomia che si identifica nell’insofferenza a qualsiasi forma di giogo. Recita un antico detto popolare: “‘n Rendéna sióri no ghe regna!”. Uno spirito di orgogliosa affermazione dei propri valori si esprime anche nel curioso gergo del “tarón”, strumento di comunicazione e di protezione degli emigranti valligiani.
Restano di questo passato ormai lontano numerose e preziose testimonianze. Alle stupende chiesette dipinte a fresco dai Baschenis, il Sant’Antonio di Pelugo, il San Giovanni di Massimeno, il San Vigilio di Pinzolo e il Santo Stefano di Carisolo, celebri queste ultime due per le “Danze macabre”, si affiancano segni dell’architettura tradizionale in alcuni villaggi risparmiati dai grandi incendi che hanno tormentato l’esistenza delle popolazioni, ma soprattutto nei masi e nelle baite, nei “munç”.
Per non parlare poi dell’esuberante patrimonio di cultura popolare che ha conservato fino a noi numerose espressioni letterarie, dalle laude della Confraternite medievali dei Battuti al Codice di Pinzolo, dalle “maitinàde”, composizioni poetiche in prevalenza amorose o satiriche, alla “manfrina”, l’antico ballo comunitario.

Emigrazione: segantini, moleti, salumai

La storia della Val Rendena porta anche un segno, doloroso: l’emigrazione. Un’economia povera, fondata sul legname, sull’allevamento e su quel po’ di agricoltura che era possibile, costrinse la gente ad andarsene nelle terre grasse del sud, stagionalmente, o in Paesi stranieri per lungi anni, a partire dal 17° secolo! Dapprima “segantini”, poi “moléti” e salumai, ma anche soffiatori di vetro e muratori, gli emigrati rendenesi sono presenti in molti Paesi del mondo, ma conservano nella terra degli avi case e campi, per non privarsi del sogno di tornare a casa, magari a trascorrervi la vecchiaia. Imponente fu il flusso migratorio, prima verso i Paesi del Nord Europa (Svizzera, Germania, Austria, Inghilterra) e poi verso le Americhe (in particolare Stati Uniti e Canada). Il lavoro che svolgevano era soprattutto quello dell’arrotino (o meglio “moleta”). All’ingresso del paese di Pinzolo si trova un monumento dedicato ai tanti emigranti che, nel corso del XIX e della prima metà del XX secolo, partirono dalla Val Rendena in cerca di fortuna.
L’emigrante rendenese più famoso è senza dubbio Victor Maturi, attore famoso a Hollywood per film storici come “La Tunica”.
E in questi ultimi decenni di ritrovato benessere, con l’avvento del turismo, in molti sono tornati. Con le loro “rimesse” in un primo tempo, quindi investendo i loro guadagni nella ristrutturazione delle vecchie case, nella trasformazione in accoglienti alberghi, negli impianti di risalita, hanno rinnovato i propri paesi, richiamandoli a un fervore di vita e di iniziative straordinario.
In un simile contesto socio-culturale il movimento cooperativo nelle sue diverse articolazioni del consumo, del credito, della produzione di energia e dell’agricoltura ha recitato un ruolo importantissimo fin dalla sua comparsa oltre cento anni fa. Se alle origini ha rappresentato per la gente di Rendena un indispensabile strumento di sopravvivenza e di emancipazione dalla miseria, con il passar del tempo esso è venuto assumendo ruoli e funzioni di primo piano nei processi di trasformazione, di crescita e di sviluppo della società valligiana, assicurando da un lato, con la sua rete di negozi, servizi preziosi ed essenziali alla popolazione dei piccoli centri, oltre che centinaia di posti dio lavoro, e, dall’altro, offrendo agli ospiti assortimenti di prim’ordine in strutture d’avanguardia, altamente qualificate e prestigiose, motivo d’orgoglio per l’intero movimento.

FONTE: http://www.pinzolodolomiti.it/valrendena/storiarendena.html